Dopo il PNRR i Comuni temono lo stop ai fondi UE

Dopo il PNRR i Comuni, primi attuatori con 83mila progetti e 24,5 miliardi, temono lo stop ai fondi UE

9 Settembre 2026
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Senza fondi UE adeguati, dopo il PNRR le città rischiano una «grande difficoltà». È l’allarme lanciato da Carmine Pacente durante un’audizione a Palazzo Marino sull’andamento della spesa del PNRR, a poche settimane dalla conclusione del Piano. All’incontro, dedicato al futuro delle risorse europee per gli Enti locali, ha partecipato anche Francesco Monaco di IFEL – Fondazione ANCI.

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I Comuni primi attuatori del PNRR

I dati esposti da IFEL confermano il peso dei Comuni nell’attuazione del Piano. Gli enti municipali risultano i principali soggetti attuatori, sia per numero di progetti sia per risorse gestite. La graduatoria presentata durante l’audizione fotografa così il contributo dei diversi livelli istituzionali:

  • Comuni: oltre 83mila progetti e 24,5 miliardi di euro gestiti;
  • Regioni e Province: oltre 35mila progetti e 19,3 miliardi;
  • Enti del SSN: poco più di 309 milioni.

Un primato che colloca i Comuni al centro dell’attuazione degli interventi finanziati con le risorse del Piano.

Il nodo dei fondi di coesione dopo il 2026

Concluso il PNRR, l’attenzione si sposterà interamente sui fondi europei di coesione, indicati da Pacente come l’unico strumento rilevante con cui Bruxelles sosterrà lo sviluppo territoriale e urbano. Dal 1° gennaio 2028 partirà il nuovo ciclo della programmazione europea settennale (2028-2034). Su questo terreno, ha spiegato Pacente, resta aperto il confronto tra due visioni: un approccio centralista che considera gli Enti locali come semplici soggetti di spesa e una linea che assegnerebbe a Comuni e grandi città un ruolo di primo piano anche nella programmazione, attraverso programmi territoriali dedicati e finanziariamente significativi.

Le richieste dei Comuni a Roma e Bruxelles

Per Pacente «la partita si gioca a Roma ma anche a Bruxelles», dove il Parlamento europeo dovrebbe introdurre criteri vincolanti nei regolamenti, come più volte suggerito dal Comitato delle Regioni dell’Unione europea. L’alternativa, ha avvertito, è lasciare piena discrezionalità a ciascuno Stato membro nell’utilizzo dei fondi europei, senza alcuna regia comune.

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