Quando la partita si concluderà, l’agenda politica sarà popolata dalla promesse della campagna elettorale ma anche dalla soluzione di questioni di politica istituzionale da tempo in attesa. Oggi il sistema è caratterizzato da una selva di disposizioni che inevitabilmente si rincorrono tra loro.
Il «vecchio» Tuel del 2000 resiste bene ai colpi inferti dalla riforma del titolo V della Costituzione ma ha visto nascere una serie di disposizioni parallele e autonome; cosi è per la legge di riforma delle province come per il Testo unico sulle partecipate, per la disciplina sulle incompatibilità. Ma al di là di un problema «sistematico» molte sono le questioni, le domande, in attesa di risposte che sottendono una visione politica. In primo luogo, basti pensare al tema dell’esercizio associato obbligatorio delle funzioni fondamentali, se ancora attuale dopo tanti rinvii dalla sua introduzione nel 2013; è una strada sulla quale puntare visto che da cinque anni è caratterizzato dai rinvii ?
Se è questo cui si tende allora occorre chiudere il cerchio migliorando le norme esistenti e rendendo veramente efficace il modello prevedendo un sistema di incentivi finanziari ma anche disincentivi. A questo tema si collega quello sull’attualità di un modello caratterizzato da tanti piccoli comuni che è però penalizzato dalle poche risorse comprese quelle di personale; la riforma della Costituzione, poi bocciata dal referendum, ridisegnava con coraggio il ruolo della competenza legislativa delle regioni ma non si occupava di questo aspetto assecondando solo la voglia di abolizione delle province.
E ancora, al ruolo dei segretari comunali sempre in procinto di essere abrogati ma che rappresentano, in molti enti, un punto di riferimento per una gestione amministrativa sempre più complessa; quale è il modello che vogliamo costruire? Il segretario è ancora un terzo o la garanzia di legittimità la svolge ciascun dirigente? Per non parlare della difficoltà quotidiana di amministrare quasi «senza rete»; siamo sicuri che l’azione amministrativa dell’ente locale debba essere controllata solo dal giudice amministrativo, se non penale, con i tempi e i rischi di blocco che ciò comporta? Questo è il modello che è uscito dalla riforma del titolo V, che ha eliminato un modello poco funzionale, quello dei Coreco, ma almeno una riflessione andrebbe fatta sulla percorribilità di soluzioni che diano maggiori garanzie di trasparenza.
Bisognerebbe prendere anche atto che la realtà italiana è quella dei piccoli comuni e per questi, ma non necessariamente solo per questi, andrebbe pensato un efficiente sistema di «supporto»; i problemi del comune, piccolo o grande, sono anche di quello che si definiva il «livello superiore» la regione o lo stato. Come necessario è un «tagliando» sulla riforma delle province, nata in previsione della loro eliminazione a livello costituzionale, poi non intervenuta; e sulle città metropolitane che non possono essere solo delle province un po’ più grandi. Si tratta di una semplice ed ordinaria «manutenzione», che comporta delle scelte della politica, anche complesse, ma che alla politica competono nella consapevolezza che i comuni non sono solo quelli grandi che spesso hanno costituito il modello per legiferare; e se poi si va verso un rafforzamento del ruolo del parlamento, allora sarà in quella sede e non nei maxi emendamenti con fiducia, che andrà disegnato un modello uscendo dal guado nel quale questi temi, ma non solo questi, si trovano da tempo.
Rassegna Stampa in collaborazione con Mimesi srl
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