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Nei bilanci dei Comuni 15,3 miliardi «fantasma»

Fonte: Il Sole 24 Ore

A Napoli la loro prima ripulitura ha richiesto mesi, ha fatto traballare la Giunta e ha aperto un disavanzo da 850 milioni nel consuntivo 2011; a Reggio Calabria, commissariamento per «continuità» con la ‘ndrangheta a parte, fanno ballare il Comune sull’orlo del dissesto, e lo stesso accade a Palermo e in altre città italiane. Tecnicamente si chiamano «residui attivi», ma tradotti in italiano mostrano meglio la loro vera natura: sono le entrate iscritte a bilancio, «accertate», ma mai arrivate nelle casse dei Comuni. Il decreto di luglio sulla revisione di spesa ha cominciato ad affrontare il problema, imponendo ai Comuni di aprire subito un fondo di garanzia pari almeno al 25% delle entrate da tributi e tariffe vecchie di almeno cinque anni e mai incassate. Un primo passo, ancora lontano dall’offrire un paracadute integrale ma già sufficiente a paralizzare i conti delle città più in difficoltà.
I numeri sono imponenti, come mostra l’indagine a tappeto dei consuntivi locali passati in rassegna per Il Sole 24 Ore dalla banca dati Aida PA – Bureau van Dijk. Le cifre (nella tabella in basso i capoluoghi di Provincia) sono quelle degli ultimi certificati consuntivi disponibili, quelli del 2010, ma il dato complessivo è stabile e anzi i primi segnali denunciano un certo peggioramento recente nella capacità di riscossione, frenata anche dalla crisi economica. Solo nelle colonne delle «entrate proprie», cioè in pratica tributi e tariffe (entrate extratributarie), si annidano nei conti comunali italiani 15,3 miliardi di euro presenti nei bilanci, ma non nelle casse del Comune, escludendo dal conto i residui che hanno fino a 12 mesi di anzianità. L’ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria degli enti locali mostra che il tasso di riscossione a due anni è al 48% per i tributi e sotto al 27% per le entrate extratributarie, e con il passare degli anni ovviamente l’entrata invecchia e l’incasso è più difficile.
La geografia del problema è tutt’altro che omogenea, e punta decisamente a Sud con Torino (26esimo posto) e Vercelli (30esimo) a guidare la sparuta rappresentanza settentrionale nelle parti alte della classifica. Per misurare il peso del problema sui conti del singolo Comune basta applicare l’indice elaborato da Giuseppe Farneti ed Emanuele Padovani, docenti di Economia aziendale all’Università di Bologna, che misura il rapporto percentuale fra i residui relativi a tributi e tariffe e il complesso delle entrate proprie dell’ente locale: a Napoli e Vibo Valentia si raggiunge il record, con i vecchi crediti che doppiano abbondantemente le entrate annuali, in altri 13 capoluoghi i residui superano gli accertamenti e in altri 15 pesano fra il 50 e il 99,5 per cento. Morale della favola: in 30 città su 106 il rischio supera in modo più o meno drastico i livelli di guardia, e in altri 39 il rapporto residui/entrate proprie annuali supera comunque il 20 per cento.
Mantenere queste somme in bilancio consente di far quadrare i conti sulla carta, anche se le casse raccontano una realtà diversa e, quel che è più grave, permette anche di conteggiare avanzi (cioè risparmi, l’equivalente pubblico degli utili aziendali) basati su entrate inesistenti che però servono a finanziare spese concretissime. Per rendersene conto, basta tornare per un attimo a Napoli, dove i conti poggiavano anche su «avanzi presunti» prima che l’avvio della ripulitura dei residui facesse emergere il maxi-rosso. Ma accanto ai casi estremi, è la diffusione quasi endemica del problema a preoccupare, perché i bilanci comunali pareggiano in termini di competenza, ma se nella cassa le entrate effettivamente riscosse sono inferiori alle spese pagate, si alimentano deficit che i conti ufficiali non denunciano.
Su un panorama già così problematico, pende la minaccia delle «quote inesigibili» di Equitalia, cioè le cartelle che l’agente nazionale non riesce a riscuotere. Finora nei Comuni si è riversata solo una piccola parte di queste quote, ma con la riforma della riscossione in calendario dal 30 giugno prossimo potrebbe esplodere una mina che le stime valutano fino a 11 miiardi di euro.
gianni.trovati@ilsole24ore.com

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