Il governo Conte riparte da costi standard e regionalismo

ItaliaOggi
8 Giugno 2018
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Regioni ed enti locali sono alla finestra, in attesa di conoscere le prime mosse del nuovo governo e di capire quale sarà la sua linea di azione nei loro confronti. All’indomani dei voti di fiducia e alla vigilia delle elezioni amministrative, sono molti anche fra i politici e i tecnici locali gli interrogativi su come si muoverà l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. In effetti, il contratto di governo sottoscritto da Lega e Movimento 5 stelle fornisce poche indicazioni al riguardo, per cui la partita è tutta da giocare.
Il primo passaggio importante dovrebbe essere l’ormai consueto decreto legge estivo contenente le misure più urgenti, ma la strategia vera e propria si delineerà nei prossimi mesi, a partire dalla legge di Bilancio attesa per l’autunno. Scorrendo le 58 pagine del programma, i principali riferimenti al mondo della p.a. locale riguardano la volontà di avvicinare le decisioni pubbliche ai cittadini potenziando il principio di sussidiarietà (coniugato con l’applicazione dei costi standard per garantire efficienza, efficacia ed economicità) e l’accelerazione del regionalismo differenziato per attribuire maggiori competenze (e le annesse risorse finanziarie) ai territori.
Sono entrambi temi molto cari al Carroccio, che quando governava con Berlusconi aveva definito il federalismo (alias devolution) come la madre di tutte le riforme.
Negli anni successivi, la crisi ha spazzato via quasi tutte le forme di decentramento, reintroducendo un assetto fortemente centralista. Sarà interessante vedere se, nella miglior tradizione vichiana, assisteremo a un ritorno al passato, come le prime indicazioni programmatiche sembrano lasciar presagire. Non si tratta di ragionamenti astratti, ma di temi che impongono scelte di campo.
Un esempio per tutti riguarda i tributi locali, che sono congelati da tre anni: il governo Conte li sbloccherà (come richiesto soprattutto dai sindaci), assumendosi il rischio politico di essere accusato di aumentare la pressione tributaria?
E come si concilierà questo eventuale indirizzo con la promessa di attuare la flat tax?
Il tema fiscale è ovviamente quello più caldo: il contratto garantisce che le clausole Iva saranno disinnescate, ma il neo ministro all’economia, Giovanni Tria, potrebbe imporre l’indirizzo opposto, più vicino all’idea tremontiana di spostare il carico dalle persone alle cose. Altro tema che potrebbe tornare d’attualità è quello dell’Irap, invisa all’elettorato leghista, ma fondamentale per garantire (come fa il programma) le risorse necessarie a finanziare la sanità pubblica. Più sfumata pare la posizione dei 5 Stelle che però in passato hanno talora espresso posizioni molto chiare.
Anche qui è sufficiente un esempio: nel programma del Movimento per le precedenti elezioni politiche era stato inserito l’obbligo di accorpamento per i comuni fi no a 5.000 abitanti.
Nulla in tal senso si legge nel contratto, che però insiste molto sulla semplificazione della pubblica amministrazione, per cui potrebbe tornare in auge l’idea (anch’essa risalente agli anni in cui la Lega era al potere) di imporre la gestione associata delle funzioni al di sotto di determinate soglie demografi che. Infine, merita un cenno l’annosa questione delle province, che la fallimentare riforma Delrio non è riuscita ad abolire, lasciandole però in una penosa situazione di coma farmacologico.
Ora il dossier passerà nelle mani dei nuovi partiti di maggioranza, che dopo essersi in passato ripetutamente espressi a favore della cancellazione degli enti di area vasta potrebbero trovarsi costretti a salvarli.
Rassegna Stampa in collaborazione con Mimesi srl

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