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Debito blindato, partita sul deficit

Fonte: il sole24ore

di Gianni Trovati

Le discussioni di queste settimane intorno al crollo dei conti degli enti locali ruotano intorno a due fattori. Il primo è ormai quasi condiviso, e indica che i tre miliardi una tantum messi a disposizione dal decreto anticrisi non bastano a parare il colpo. Lo sa lo stesso governo, che infatti qua e là nello sterminato elenco di articoli del decretone ha disseminato un altro miliardo abbondante per compensare le perdite del trasporto locale o tamponare i mancati gettiti di Imu, imposta di soggiorno, tasse e canoni sul suolo pubblico e così via. Ma il secondo tema è più interessante. Anche se ha faticato a farsi largo in un confronto politico finora schiacciato sull’emergenza, promette di dominare la scena della Fase 2 e suona più o meno così: ha senso mantenere i Comuni ancorati a un rigido pareggio di bilancio che pare un fossile giurassico mentre l’Italia rischia un deficit a doppia cifra e l’Europa, archiviate in poche settimane tutte le regole fiscali considerate intoccabili per 15 anni, studia piani di aiuti per centinaia di miliardi? La risposta è negativa. Ma le conseguenze sono tutte da immaginare. Quella che sembra la strada più dritta per abbattere il muro è anche la più complicata. Perché “liberalizzare” tout court il debito, e svincolarlo dalla spesa per investimenti, richiede di smontare la regola aurea scritta all’articolo 119 della Costituzione. Complicato, ammesso che sia giusto. Ci sono però altre vie per affrontare il problema. I Comuni oggi possono fare deficit, e se non rispettano il pareggio devono ripianare il disavanzo in tre anni. Ma in un passato molto recente si sono concessi fino a 30 anni per recuperare i deficit «straordinari» nati da un cambio di regole di bilancio. Ora: non c’è dubbio che una pandemia globale sia un «evento avverso» un po’ più grave di una riforma contabile. Probabilmente ha bisogno di contromisure almeno analoghe. Contromisure che possono essere anche un po’ più raffinate. Una l’ha appena proposta sulla «Voce» Alessandro Petretto, che conosce la teoria come ascoltato professore di Scienza delle Finanze ma anche la pratica come ex assessore al Bilancio a Firenze. Petretto propone un obiettivo di deficit di comparto per i Comuni, da fissare nella programmazione nazionale, o un fondo triennale verticale, con trasferimenti straordinari dallo Stato. Gli strumenti possibili sono molti, e devono partire da una scelta di fondo: abbandonare la logica negoziale dell’emergenza per provare a guardare un po’ più in là. Perché la crisi è struttuale, proprio mentre la domanda di welfare e servizi locali è destinata a impennarsi.

Rassegna stampa in collaborazione con Mimesi s.r.l.

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