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Comuni in crisi, dalla Consulta nuovo colpo al predissesto

Fonte: il sole24ore

di Gianni Trovati

La sentenza della Corte costituzionale n. 115/2020 Nel piano di riequilibrio approvato nel 2013 per evitare il dissesto, il Comune di Reggio Calabria aveva calcolato un disavanzo da 110,9 milioni. Per gestirlo ha però potuto contare su anticipazioni per 258,8 milioni e su prestiti regionali per 65 milioni, mentre di rimodulazione in rimodulazione la rata annuale per chiudere il buco si è ridotta a 2,5 milioni. Per vent’anni. Bastano queste cifre ballerine a certificare che le regole anticrisi dei Comuni non funzionano. E a spiegare il nuovo stop arrivato ieri dalla Corte costituzionale alle leggi che permettono ai Comuni in crisi di evitare nei fatti il ripiano integrale del disavanzo in tempi certi, e offrono di conseguenza la possibilità di spendere risorse che non si hanno allargando il buco nei conti. La nuova puntata nella battaglia ormai infinita che oppone una Consulta preoccupata della tutela dei conti pubblici e una serie di governi e parlamenti più attenti invece alla sorte degli amministratori locali è scritta dalla sentenza n. 115/2020 depositata ieri (relatore Aldo Carosi), che fa cadere l’ultimo intervento nella barocca normativa delle regole «anti-dissesto» degli enti locali: quello approvato l’anno scorso dal governo Conte-1 (articolo 38 del Dl 34/2019) proprio per cercare di aggirare gli effetti di un’altra decisione della Consulta. Perché nella sentenza n. 18/2019 i giudici delle leggi erano già intervenuti, colpendo la «regola dei 30 anni» che permetteva a tutti gli enti in crisi di dedicare tre decenni al ripiano del deficit individuati dai piani di risanamento (si veda Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 15 febbraio 2019). Per come era costruito, aveva spiegato la Corte, un automatismo del genere caricava il peso del debito sulle generazioni future, ipotecando qualsiasi possibilità effettiva di misurare responsabilità e impegno degli amministratori. Premuto dai sindaci di varie città in crisi, soprattutto al Sud, il governo giallo-verde ha scritto una nuova norma, che permette ai Comuni di dedicare ai ripiani fino a 20 anni, a seconda delle dimensioni dell’ente e del peso del deficit. Qui arriva la sentenza di ieri. Che dichiara illegittima una norma, il comma 2-ter dell’articolo 38 che permette di rimodulare i piani «ferma restando la disciplina per gli altri disavanzi», e indica una lettura costituzionalmente orientata delle altre norme. Con una conseguenza pratica determinante: perché secondo la Corte il calendario fino a 20 anni offerto dalle norme diventa l’orizzonte, ma saranno le sezioni regionali della Corte dei conti a dover valutare la sostenibilità reale del piano di riequilibrio con un esame puntuale caso per caso. La mossa è cruciale perché mette sul piatto un ordinamento già pronto, che non ha bisogno di nuovi interventi normativi come quelli che fin qui hanno aperto la strada a risanamenti fittizi. Una novità non da poco, proprio mentre la crisi del Covid promette di allungare parecchio la fila dei Comuni a rischio default.

Rassegna stampa in collaborazione con Mimesi s.r.l.

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