Sono entrambi temi molto cari al Carroccio, che quando governava con Berlusconi aveva definito il federalismo (alias devolution) come la madre di tutte le riforme.
Un esempio per tutti riguarda i tributi locali, che sono congelati da tre anni: il governo Conte li sbloccherà (come richiesto soprattutto dai sindaci), assumendosi il rischio politico di essere accusato di aumentare la pressione tributaria?
E come si concilierà questo eventuale indirizzo con la promessa di attuare la flat tax?
Il tema fiscale è ovviamente quello più caldo: il contratto garantisce che le clausole Iva saranno disinnescate, ma il neo ministro all’economia, Giovanni Tria, potrebbe imporre l’indirizzo opposto, più vicino all’idea tremontiana di spostare il carico dalle persone alle cose. Altro tema che potrebbe tornare d’attualità è quello dell’Irap, invisa all’elettorato leghista, ma fondamentale per garantire (come fa il programma) le risorse necessarie a finanziare la sanità pubblica. Più sfumata pare la posizione dei 5 Stelle che però in passato hanno talora espresso posizioni molto chiare.
Anche qui è sufficiente un esempio: nel programma del Movimento per le precedenti elezioni politiche era stato inserito l’obbligo di accorpamento per i comuni fi no a 5.000 abitanti.
Nulla in tal senso si legge nel contratto, che però insiste molto sulla semplificazione della pubblica amministrazione, per cui potrebbe tornare in auge l’idea (anch’essa risalente agli anni in cui la Lega era al potere) di imporre la gestione associata delle funzioni al di sotto di determinate soglie demografi che. Infine, merita un cenno l’annosa questione delle province, che la fallimentare riforma Delrio non è riuscita ad abolire, lasciandole però in una penosa situazione di coma farmacologico.
Ora il dossier passerà nelle mani dei nuovi partiti di maggioranza, che dopo essersi in passato ripetutamente espressi a favore della cancellazione degli enti di area vasta potrebbero trovarsi costretti a salvarli.
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