Davanti al prolungarsi del percorso per la formazione del nuovo governo, spetta all’esecutivo Gentiloni predisporre il Def, anche se per il solo quadro “tendenziale”. A pensarla in questo modo sono in tanti al ministero dell’Economia, ma non solo. Anche nel “focus Italia” dedicato al Documento di economia e finanza che è stato elaborato dalla direzione studi e ricerche di Intesa San Paolo si afferma che «in assenza di un nuovo esecutivo, dovrebbe essere il governo uscente a predisporre il Def, limitandosi al solo quadro a legislazione vigente». E si sottolinea che, come indicato più volte dal ministro (uscente) Pier Carlo Padoan, il sentiero di finanza pubblica resta angusto. Secondo il “report”, le previsioni macroeconomiche, nonché l’evoluzione di deficit e debito, dovrebbero risultare poco variati rispetto all’ultima Def dello scorso autunno. Il quadro tendenziale incorporerà le ultime stime Istat sul 2017, che tengono conto della decisione Eurostat sulla contabilizzazione degli effetti per gli interventi di salvataggio delle banche Venete. Ma la revisione al rialzo del deficit (al 2,3%)e del debito (al 131,8% del Pil) non produrrebbe effetti drammatici sul percorso di finanza pubblica anche perchè sia il deficit che il debito sono previsti ulteriormente in calo quest’anno. Lo studio mette però in guardia dalle tentazioni di aggiramento dei vincoli di finanza pubblica. Le difficoltà nel percorso di miglioramento del saldo primario e di abbattimento del debito negli ultimi anni rendono di fatto obbligata la strada della disciplina fiscale e anche per questo motivo il prossimo governo avrà margini di manovra ridotti per politiche espansive, a meno che non scelga la strada di uno scontro aperto con Bruxelles. Nello studio si sostiene che, oltre al debito, lo scoglio maggiore è rap presentato dall’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia, che dovrebbe essere incorporato dal “tendenziale” del Def. E si segnala che se il prossimo governo dovesse optare per una copertura in deficit per lo stop agli aumenti Iva, questa soluzione si collocherebbe in un percorso del disavanzo strutturale in direzione opposta rispetto a quella prevista dalle regole Uee il debito non si ridurrebbe in maniera significativa. Questa eventualità potrebbe provocare le sanzioni di Bruxelles, che scatterebbero però solo nel 2019. Ma prima di quella data, si fa sempre notare nello studio, la pressione per una maggiore disciplina fiscale potrebbe arrivare dalle agenzie di rating o dai mercati finanziari, anche alla luce della necessità di coprire un aumento rilevante delle emissioni nette. «Secondo le nostre stime dal 2019 il mercato dovrà assorbire ben 45 miliardi di offerta netta, e in un contesto in cui il contributo di famiglie e banche, per motivi diversi, sarà nullo o negativo», afferma Luca Mezzomo, responsabile analisi macroeconomica della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Che aggiunge: «Stimiamo che il settore estero debba assorbire nel 2018 fra 50 e 60 miliardi, e probabilmente più di 60 miliardi nel 2019». Quanto ai possibili sviluppi sul terreno politico, nel “focus” si osserva che con l’assenza di un accordo trai partiti per la formazione di un nuovo governo, ci sarebbe il rischio di una mancata approvazione della legge di bilancio e, soprattutto, di attivazione automatica delle clausole di salvaguardia.E questa sarebbe l’ipotesi paradossalmente più favorevole per la salvaguardia dei conti pubblici ma che avrebbe un effetto negativo sulla crescita. La nascita di un governo con la presenza del M5S e/o della Lega sarebbe probabilmente caratterizzato da un politica fiscale fortemente espansiva con ricadute moderatamente positive per la crescita ma negative sui conti pubblici. Nel “caso intermedio” di un accordo ad ampio raggio in Parlamento, potrebbe essere garantita una copertura almeno parziale delle clausole di salvaguardia trovando un equilibrio tra impegni elettorali e vincoli di bilancio.
Rassegna Stampa in collaborazione con Mimesi srl
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