Anche quest’anno, il riparto del fondo di solidarietà comunale, i cui esiti sono stati diffusi ieri dal ministero dell’interno sul portale della finanza locale, innescano un complesso gioco di specchi fra chi ci guadagna e chi ci perde su cui, come sempre, i sindaci avranno molto da discutere.
Sul piatto c’erano i circa 6,2 miliardi alimentati in via orizzontale mediante una quota dell’Imu trattenuta dall’Agenzia delle entrate e destinati ai municipi delle 15 regioni a statuto ordinario, nonché di Sicilia e Sardegna (i territori a statuto speciale del Nord sono esclusi da questo meccanismo).
Il fondo è suddiviso in due quote: la prima serve a compensare i mancati gettiti Imu e Tasi derivanti dalle detassazioni introdotte dalla legge di stabilità 2016, mentre la seconda viene distribuita seconda una logica di «perequazione». Mentre nelle isole, quest’ultima guarda solo alla spesa storica, nelle altre regioni viene attribuito un peso ogni anno crescente alla componente «federalista» basata sul differenziale fra capacità fiscali e fabbisogni standard.
E proprio su tale aspetto si è concentrata la trattativa fra il governo e l’Anci, che ha trovato una soluzione di compromesso nella conferenza stato-città e autonomie locali di giovedì scorso: mentre in base alla legislazione vigente, tale parametro avrebbe dovuto valere per il 55% della quota perequativa, l’intesa ha abbassato tale percentuale al 45% (salirà al 60% nel 2019, all’85% nel 2020 ed al 100% nel 2021).
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