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Il Patto blocca i fondi alle aree svantaggiate del Nord

Il Patto di stabilità interno rischia di bloccare l’utilizzo dei fondi statali (oltre 57 milioni di euro in totale) destinati ai comuni confinanti con le regioni a statuto speciale.

Oltre al danno, la beffa, è il caso di dire.

Il danno nasce dalla geografia, oltre che dalla storia, che hanno collocato i municipi in questione, perlopiù montani, a ridosso del confine con una regione speciale.

Tale vicinanza ha reso evidenti le forti sperequazioni finanziarie rispetto ai comuni contermini beneficiati dall’autonomia differenziata, esacerbando gli effetti derivanti da una condizione di marginalità strutturale. Negli anni passati, diverse amministrazioni hanno addirittura avviato l’iter per cambiare regione, ma senza riuscire a completarlo, malgrado la schiacciante maggioranza di consensi espressi dalle rispettive popolazioni nei referendum svolti a livello locale.

Per metterci una pezza, nel 1997 il governo Prodi istituì un apposito fondo destinato a finanziare, su domanda dei predetti comuni, specifici progetti finalizzati allo sviluppo economico e sociale. Con un dpcm del 13/10/2011 sono stati individuati 99 comuni potenziali beneficiari, suddivisi in tre macroaree confinanti, rispettivamente, con Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Infine, lo scorso settembre, è stata approvata la graduatoria dei progetti finanziabili e sono state ripartite le risorse, che complessivamente ammontano a 57,7 milioni di euro.

A questo punto arriva la beffa. Dopo appena una settimana dalla pubblicazione delle graduatorie, lo stato ha trasferito ai comuni la cifra assegnata. Difficilmente, però, i progetti potranno essere conclusi entro la fine dell’esercizio finanziario in corso. Le somme che non verranno pagate entro il 31 dicembre finiranno, quindi, nell’avanzo di amministrazione, per essere reimpostate nei prossimi anni. E qui arrivano i guai, perché l’avanzo non è considerato un’entrata valida ai fini del Patto, con la conseguenza che le future spese rischiano di compromettere il rispetto del saldo obiettivo. Il problema è accentuato dal fatto che, dal prossimo 1° gennaio, il Patto si applicherà a tutti i comuni con più di 1.000 abitanti. Se la soglia fosse rimasta a 5 mila abitanti (come accaduto finora), la questione avrebbe riguardato solo 10 comuni, mentre invece adesso interessa anche i 58 enti con popolazione compresa fra 1.000 e 5 mila abitanti (nessun problema, invece, per i restanti 31 municipi, tutti sotto i 1.000 e quindi al momenti fuori Patto).

Per uscire dall’impasse, alcuni enti stanno pensando di investire temporaneamente la liquidità in titoli di stato con scadenza nei primi mesi del 2013. Ma il rischio è che simili operazioni vengano considerate dalla Corte dei conti come tentativi di elusione del Patto.

È quindi necessario un intervento da parte del governo: in mancanza, gran parte delle risorse rimarrà inutilizzata. A guadagnarci, paradossalmente, sarebbe lo stato (grazie alla tesoreria unica). Per i comuni, invece, al danno si aggiungerebbe la beffa.

Fonte: Italia oggi