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Un riequilibrio quasi impossibile per i piccoli comuni

Il decreto-legge n. 174 del 10 ottobre 2012, convertito nella legge n. 213 del 7 dicembre 2012, ha alimentato tante aspettative di risanamento delle realtà locali.
Sono tantissimi i comuni che hanno deliberato il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, di cui ai neointrodotti articoli 243 bis-quater del t.u.e.l. Tra non molto (60 giorni dall’esecutività della delibera di accesso alla procedura), gli stessi dovranno deliberare i loro piani di rientro e sottoporli agli scrutini previsti.
Tra questi, moltissimi sono dei piccoli comuni al di sotto dei 5mila abitanti. La gran parte delle amministrazioni locali, tant’è che rappresentano il 70,23 % del totale (8.094). Per non parlare di quelli con popolazione al di sotto dei 3 mila che sono numerosissimi (2.582).
Nell’esercizio di una tale scelta sono in pochi, però, a tenere conto della verosimiglianza del successo dell’iniziativa. Invero, sono diversi i comuni che esperiscono il tentativo, solo perché emuli delle città metropolitane e delle amministrazioni di grandi dimensioni che vi hanno fatto ricorso, cui la stampa nazionale ha assicurato un ampio ambito di informazione, spesso promozionale. Quasi a supporre di voler fare l’affare, che invece non c’è!
Il problema che si manifesterà nei loro riguardi sarà quello di dimostrare la loro capacità di sopravvivenza finanziaria, ovverosia di possedere, nel tempo, le risorse necessarie ad assicurare l’equilibrio finanziario. In concreto, gli stessi avranno l’onere di dimostrare ad una delle previste sottocommissioni ministeriali (Interno) e alla competente sezione regionale di controllo della Corte dei Conti di potere recuperare, nell’arco massimo di un decennio, il deficit strutturale e, quindi, garantire l’esercizio delle funzioni fondamentali e l’erogazione dei servizi essenziali alla collettività amministrata, nonché la soddisfazione dei crediti, liquidi ed esigibili, dei terzi.

Un compito non affatto facile, attese le difficoltà economiche che hanno caratterizzato l’esistenza degli enti locali, specie negli ultimi anni, vittime di consistenti tagli lineari. Molti di questi, infatti, hanno già da tempo applicato aliquote e tariffe dei tributi locali al massimo della misura consentita.
Derogare ai tetti fissati da legge dello Stato, già consistenti per loro conto tanto da rappresentare il massimo a livello comunitario, diventa pressoché quasi impossibile, considerati peraltro due elementi concreti:

  • l’impraticabilità di un prelievo ultralimite sulle tasche già vuote dei cittadini;
  • la povertà in crescita che sta affliggendo sempre più le popolazioni locali, soprattutto quelle che compongono le realtà più periferiche.

Con quali strumenti si potrà, quindi, intervenire acché tali Comuni riescano a dimostrare un esercizio finanziario garantito per competenza? Ciò in relazione ad un limite logico imposto dal legislatore, ovverosia quello di dovere utilizzare per investimenti il ricavato delle dismissioni degli immobili di proprietà comunali non indispensabili ai fini istituzionali.
È la difficile domanda che si pongono in tanti, alla quale in pochi riusciranno a dare una risposta adeguata, tenuto conto che in molte realtà c’è poco da tagliare in termini di personale, spesso già all’osso, di spesa corrente e di trasferimenti.
Tutto questo a riprova di un impianto normativo nato “forse” per salvare taluni e, di certo, per condannare tutti gli altri al dissesto, attraverso un percorso di “rianimazione” senza risultato.

di Federico Jorio e Giuseppe Pettinato

Fonte: La gazetta degli enti locali