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Riforme, rotta sulla fiscalità locale

Liberalizzazioni ma non solo. L’agenda del Governo per le prossime settimane si impernia anche sulla fiscalità locale. E in particolare sulla riforma del catasto, una vera e propria rivoluzione, che cambierà i parametri di valutazione degli estimi catastali. Primo fra tutti, la determinazione del valore di un immobile in base ai metri quadri e non più in base ai vani. Nella Relazione al decreto-legge n. 201 del 2011, pubblicata nei giorni scorsi, il Tesoro aveva già sottolineato come “le attuali rendite catastali, su cui si basa in larga parte la tassazione immobiliare, non sono più congrue rispetto ai valori di mercato”. La “revisione sugli estimi” porterà alcune novità e la rivalutazione potrebbe comportare un aumento di valore delle abitazioni (ai fini fiscali). Secondo alcuni dati citati dal Mineconomia, per le abitazioni il valore di mercato è ora pari in media a 3,73 volte la base imponibile ai fini Ici, calcolata sul totale delle abitazioni di proprietà delle persone fisiche; il medesimo rapporto, calcolato per i soli contribuenti Irpef, oscilla tra il 3,59 delle abitazioni principali e il 3,85 delle altre abitazioni”. Insomma, “la distanza dal valore di mercato tende ad essere tanto maggiore quanto maggiore è il valore della ricchezza posseduta”. La riforma sarà imperniata su alcuni principi base, come ha spiegato il Tesoro: innanzitutto la costituzione di un sistema che “contempli assieme alla rendita, il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione”; la rideterminazione della classificazione dei beni immobiliari; il superamento del sistema vigente per categorie e classi in relazione agli immobili ordinari, attraverso un sistema di funzioni statistiche che correlino il valore del bene o il reddito alla localizzazione e alle caratteristiche edilizie. Gli altri principi base riguardano “il superamento per abitazioni e uffici, del vano come unità di misura della consistenza a fini fiscali, sostituendolo con la superficie espressa in metri quadri” e “la riqualificazione dei metodi di stima diretta per gli immobili speciali”. Il Tesoro, nella Relazione alla manovra, ha spiegato che “l’inadeguatezza del sistema dipende dal fatto strutturale che il sistema a categorie e classi è fermo al periodo di costruzione del catasto urbano. La denominazione e la classificazione delle unità immobiliari non è più adeguata ai tempi”. Inoltre, “il classamento, ovvero l’operazione di classificare in una categoria ed in una classe di valore un bene immobile ordinario, è rimasto quello iniziale delineato dall’originario impianto normativo del catasto e gli unici aggiornamenti sono riconducibili a comunicazioni effettuate dai soggetti interessati, in occasione di attività di ristrutturazioni e variazioni edilizie. Questo stato di fatto ha determinato ulteriori iniquità all’interno dei singoli comuni”. Ad esempio, “abitazioni classate come popolari lo sono rimaste nel tempo, anche se oggi, pur essendo ubicate in zone centrali, il loro valore è di fatto più elevato di edifici di civile abitazione ubicati in zone semicentrali o, addirittura, periferiche”. La fiscalità locale, alla quale il discorso della revisione delle rendite resta profondamente legato, si rivela insomma un punto cruciale nel dibattito delle prossime settimane. E lo è forse già adesso, se è vero che a livello locale fervono le prese di posizione relative al nuovo sistema di tassazione degli immobili introdotto appunto con la manovra Monti. “Sarebbe meglio chiamarla Isu: imposta statale immobili. Oppure, se vogliamo chiamarla davvero Imu, ‘imposta municipale’, lasciamo veramente il suo gettito per intero ai comuni, insieme con la possibilità di programmare in toto le politiche per il territorio. In cambio i comuni potrebbero rinunciare a tutti gli altri trasferimenti statali”, ha affermato il portavoce del Movimento dei sindaci del Piemonte, Luca Gosso, sindaco di Busca (Cuneo). Non è positivo, dunque, nel complesso, il giudizio del Movimento sulla ‘manovra di Natale’ del Governo Monti, e le perplessità riguardano appunto l’Imu, anche se si apprezzano alcune aperture sul patto di stabilità e il rinvio di un anno delle norme che sopprimono i piccoli comuni: “una decisione che servirà per trovare nuove soluzioni, condivise, nel codice delle autonomie”. “Nonostante il nome”, spiega il portavoce a proposito dell’Imu, “la maggior parte del gettito della nuova tassa non finirà nelle casse dei comuni. Essa non porterà maggiori, o almeno più eque, risorse ai Comuni. Semplicemente l’Imu trasforma i sindaci in esattori per conto dello Stato”. Ed ancora, precisando che “togliere l’Ici prima casa era stato un errore: era l’unica tassa legata al territorio”, per il Movimento dei sindaci del Piemonte “per come si presenta ora l’Imu, soprattutto nei territori montani essa provocherà un ulteriormente deprezzamento degli immobili”. “Ai comuni con una mano viene concessa una parte del gettito della nuova tassa, ma con l’altra viene sottratto l’introito che supera l’attuale Ici. In sostanza non cambierà nulla. E se un comune volesse abbassare – si aggiunge – l’aliquota ai propri cittadini, dovrebbe corrispondere la differenza allo Stato. Ma questa eventualità, che è anche la sola autonomia concessa ai comuni, quella di decidere l’aliquota, è puramente ipotetica, vista l’entità dei tagli che colpiscono alla fonte i comuni. In realtà l’aumento della tassa comunale non servirà per migliorare i servizi, ma soltanto, se va bene, per mantenerli”.

di Fortunato Laurendi

Fonte: La Gazzetta degli Enti locali