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Il Patto blocca spese per 3,4 mld

Il Patto di stabilità interno penalizza gli investimenti pubblici e rappresenta la principale causa dei ritardi nei pagamenti degli enti locali. Imprenditori e amministratori pubblici lo vanno ripetendo da tempo e si moltiplicano le iniziative di mobilitazione e di protesta nei confronti di quello che da più parti è considerato come un vincolo incompatibile con la necessità di definire una politica economica orientata alla crescita, che consenta al Paese di uscire dalla recessione.

Ora arriva la conferma definitiva, grazie a uno studio dell’Ance che ItaliaOggi è in grado di anticipare e che misura con tanto di numeri e tabelle gli effetti dannosi delle attuali regole del Patto.

Lo studio, curato dalla Direzione affari economici e centro studi dell’associazione che riunisce i costruttori edili, muove dall’analisi dei provvedimenti di regionalizzazione del Patto adottati nel 2011 e dai dati certificati dagli enti locali. Si tratta di un campione che, se pur non completo, è comunque altamente rappresentativo, in quanto include ben 14 regioni su 17 (le speciali del nord seguono regole diverse e per molti aspetti più flessibili) e circa l’80% degli enti locali soggetti al Patto.

Ebbene, questi ultimi, lo scorso anno, hanno presentato ai governatori richieste di maggiori autorizzazioni di spesa per investimenti in conto capitale per un importo totale pari a 3,4 miliardi di euro. È questa la cifra che misura, come detto in modo ufficiale, l’entità delle risorse di cassa bloccate dal Patto.

Tra le realtà regionali, spiccano le cifre della Lombardia (702 milioni di euro), del Piemonte (627 milioni) e della Toscana (429 milioni), ma la problematica è generalizzata (si veda la tabella in pagina).

Su 3,4 miliardi disponibili, circa un terzo (1,2 miliardi) sono stati sbloccati grazie all’intervento delle regioni, il che dimostra che la regionalizzazione del Patto rappresenta una strada da percorrere con sempre maggior decisione. I costruttori, invece, sollevano più di un dubbio sull’efficacia del nuovo Patto orizzontale nazionale, previsto dalla legge di conversione del dl fiscale. Lo studio Ance sottolinea infatti come il nuovo strumento non sembri in grado di accelerare i pagamenti alle imprese.

La possibilità di effettuare compensazioni orizzontali tra comuni, infatti, è già prevista nell’ambito della regionalizzazione del Patto e ormai quasi tutte le regioni hanno deciso di muoversi in questa direzione.

Come sottolineato anche dalla Corte dei conti, il Patto orizzontale nazionale rischia di neutralizzare di fatto l’operare della concertazione a livello regionale, ostacolando soprattutto l’attuazione del Patto regionale verticale, che in questi anni è lo strumento che ha dato i risultati migliori.

Inoltre, in quasi tutte le regioni, la capacità potenziale di assorbimento degli spazi finanziari inutilizzati è estremamente elevata: nella maggior parte dei casi, infatti, il fabbisogno dei soli comuni è 4-5 volte superiore alle disponibilità.

Una compensazione tra comuni a livello nazionale, inoltre, rischia di penalizzare ulteriormente il Mezzogiorno, dove già si registrano le difficoltà maggiori per gli enti locali e quindi per le imprese loro creditrici. Secondo le stime dell’Ance, basate su un importo di autorizzazioni a pagare non utilizzate dai comuni pari a 800 milioni di euro l’anno, l’attuazione del Patto nazionale aumenterebbe la capacità di spesa dei comuni delle cinque regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna) di circa 130 milioni di euro l’anno e ridurrebbe di altrettanto i pagamenti dei comuni delle otto regioni del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia).

«Rivedere il patto di stabilità interno è la richiesta che, da ormai quattro anni, amministratori locali e imprenditori, soprattutto del settore edile, presentano regolarmente al governo senza ottenere risposte», ha commentato Romain Bocognani della Direzione affari economici dell’Ance. «Questo è il motivo che ha portato l’Ance e l’Anci a organizzare, in uno slancio congiunto, due eventi straordinari a pochi giorni di distanza (il “D.Day” sui pagamenti organizzato martedì 15 dai costruttori e la manifestazione nazionale dei sindaci prevista il 24 sui temi della finanza locale) per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la sofferenza delle imprese e delle amministrazioni locali e chiedere al governo le risposte che si sono fatto attendere per troppo tempo. Risposte che devono consentire di sbloccare i pagamenti dovuti ad imprese già strozzate dal credit crunch e di dare al paese un biglietto per il futuro».

Fonte: Italia Oggi