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I tagli ai Comuni ignorano gli sprechi

Fonte: Il Sole 24 Ore

A detta del Governo, il Comune di Napoli concentra da solo il 38% degli sprechi registrati nella burocrazia municipale di tutti i capoluoghi di provincia. Le regole di finanza pubblica, realizzate dallo stesso Governo e ratificate in modo bipartisan dal Parlamento, se ne disinteressano e al capoluogo campano riservano poco più del 5% dei tagli, peraltro ampiamente coperti dall’anticipazione statale se il piano di riequilibrio pluriennale studiato dalla Giunta di Palazzo San Giacomo per evitare il dissesto otterrà il via libera.

Quello napoletano è solo il paradosso più consistente fra le migliaia di bizzarrie che si incontrano spulciando i numeri della finanza locale. La geografia degli sprechi comunali è quella elaborata negli scorsi mesi dalla Copaff, la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale che sta lavorando sui “prezzi giusti” delle attività municipali per individuare i «fabbisogni standard» delle amministrazioni. I numeri in pagina arrivano dal dossier di fine dicembre sui «servizi generali», rappresentati dall’ampio ventaglio degli uffici che si occupano di entrate, servizi tecnici, anagrafe, stato civile, servizi elettorali, leva, statistica e del resto della burocrazia. Nel complesso, si tratta di una spesa complessiva da 8,8 miliardi all’anno, cioè il 27% delle uscite comunali per le funzioni fondamentali. La commissione, con il supporto tecnico della Sose (la società del ministero dell’Economia e di Bankitalia che elabora gli studi di settore) e il contributo dell’Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci (Ifel), ha passato al setaccio le uscite di tutti i Comuni delle Regioni a statuto ordinario, parametrandole alle caratteristiche del Comune e del territorio e alla quantità di servizi effettivamente offerti, per individuare i parametri di spesa ottimale. Come mostra la tabella qui a fianco, Napoli dovrebbe dedicare alla burocrazia 226,1 milioni invece dei 344,6 spesi nella realtà, Roma spende 63 milioni di troppo rispetto agli 827 «ottimali», a Firenze le uscite effettive (100,9 milioni) superano di 14 milioni il livello “giusto” e così via. Tra i Comuni che risparmiano in fatto di burocrazia spicca Torino, che con 140,1 milioni riesce a garantire servizi generali per 222,1 milioni (lì a pesare sui conti è invece il debito e quindi gli oneri di ammortamento), insieme a Bari (dove si spendono 28,3 milioni in meno del livello standard) e Milano (17,4 milioni in meno).

Il problema è che questo immenso lavoro di raccolta e analisi dei dati non è stato fatto per una curiosità statistica; i «fabbisogni standard» avrebbero dovuto, secondo le regole del federalismo, individuare il livello di finanziamento da garantire a ogni Comune, e anche l’ultima legge di stabilità li rilancia come strumento per diversificare il trattamento fra le amministrazioni parche e quelle dilapidatrici di risorse pubbliche.

Fin qui le parole, perché la realtà va in senso opposto. Il 31 gennaio scorso è scaduto il tempo per trovare un accordo fra Governo e Comuni sulla ripartizione dei 2,25 miliardi di tagli messi sul piatto per il 2013 dal decreto di luglio sulla revisione di spesa. Senza l’accordo, scatta il meccanismo automatico previsto dallo stesso decreto ed entro venerdì il ministero dell’Interno dovrà distribuire per decreto i tagli misurandoli in base ai «consumi intermedi» registrati in ogni Comune nel 2011. In teoria i consumi intermedi sarebbero le spese di funzionamento, ma come mostrano i dati in tabella il sistema elaborato in estate dal Governo (di cui il Viminale è solo l’esecutore obbligato) è pieno di difetti. Nei «consumi intermedi» dei Comuni, prima di tutto, entrano anche spese per servizi come il trasporto pubblico e i rifiuti; inoltre il meccanismo rileva i flussi di cassa, cioè i pagamenti, per cui finisce per premiare indirettamente chi effettua meno pagamenti perché non onora i debiti e non perché spende poco.

A questo punto, basta incrociare i dati degli sprechi con quelli dei t agli calcolabili per il 2013 e il paradosso è servito. Napoli, con il 37,8% degli sprechi totali dei capoluoghi di provincia, subisce il 5,1% dei tagli, mentre Milano, che risparmia, ne subisce il 15,4%; a Torino, medaglia d’oro dell’efficienza nella burocrazia secondo la Copaff, viene assestata una sforbiciata doppia rispetto a quella di Firenze, terza nella classifica delle spese in eccesso, e l’elenco potrebbe continuare.

La stessa variabilità si incontra lontano dai capoluoghi di provincia, perché il meccanismo è esattamente identico. Sempre secondo la Copaff, il Comune più “sprecone” in assoluto, quello cioè in cui le uscite effettive sono più lontane dal livello ottimale, è Campione d’Italia, dove per la burocrazia si spende quasi il doppio di quanto sarebbe giusto secondo i parametri ministeriali: non a caso si tratta di uno dei Comuni che proprio in queste settimane stanno bussando alle porte del Viminale nel tentativo di ottenere l’aiuto anti-default.

 

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