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Flop di richieste per la crisi Pa

Dieci miliardi di debiti della Pa nei confronti delle imprese, con ritardi medi di pagamenti che arrivano a 18 mesi. A cui si aggiungono le difficoltà di due settori con un peso determinante sul trend dell’economia locale: edilizia e commercio. Un mix micidiale che spiega come mai, secondo le associazioni di imprese, il Lazio sia la regione in Italia che ha registrato nel 2012 la diminuzione più consistente (-4% sul 2011) nel numero di richieste di credito da parte delle aziende. 
«Nel Lazio – spiega Angelo Camilli, vicepresidente di Unindustria con delega al credito (e anche presidente della Piccola Industria) – c’è un peso preponderante di due settori che stanno soffrendo molto l’impatto della crisi: l’edilizia e il commercio. Il calo della domanda porta a una riduzione dei fatturati. Quindi le aziende sono più concentrate a ristrutturare i vecchi affidamenti piuttosto che a chiederne di nuovi». Le aziende del Lazio, secondo il Rapporto Unioncamere, hanno dovuto far fronte nel 2012 a un calo della spesa per consumi delle famiglie del 3,6% (-3,3% la media nazionale). E nel 2013 è atteso un -0,9%.
C’è poi il circolo vizioso dei mancati pagamenti della Pa: «I debiti in regione – aggiunge Camilli – hanno raggiunto i 10 miliardi, con ritardi medi di pagamenti di 18 mesi. Una situazione che aggrava la crisi e la difficoltà delle aziende a chiedere altro credito».
Secondo Lorenzo Tagliavanti, direttore della Cna di Roma e del Lazio (artigiani e piccole imprese) e vicepresidente della Camera di commercio di Roma, «c’è un 10% di aziende che non investono. Non perché non hanno ricavi o non vedono l’opportunità dell’acquisto di un nuovo macchinario. Ma perché non riescono a vedere tutta una serie di politiche che possano far uscire la regione dalla crisi. Rimane l’incapacità della pubblica amministrazione a rispettare i propri impegni di pagamento. Inoltre, nel Lazio c’è un sistema di Confidi (i consorzi che garantiscono i prestiti chiesti dalle aziende alle banche, ndr) non molto sviluppato, questo per responsabilità della regione che non ha creduto in questo strumenti». 

di Andrea Marini

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Fonte: Il Sole 24 Ore