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È pronta anche la delirium tax
Grava sulla pubblicità nelle vetrine. L'applica il sindaco di Bologna, Virginio Merola, Pd

Delirium tax: l’hanno battezzata così i bolognesi. Si tratta di una tassa che nemmeno la fertile fantasia di un cartoonist poteva immaginare. Invece c’è riuscito il sindaco di Bologna, Virginio Merola, scatenando la sommossa di commercianti, ristoratori, artigiani, mentre il suo possibile antagonista alle prossime elezioni, il ministro Gian Luca Galletti, si frega le mani. Il nome esatto è tassa sulla pubblicità in vetrina.

Altri comuni la applicano, ma l’interpretazione può essere elastica. A Bologna è stato deciso di raschiare il fondo del barile per fare affluire un po’ di soldi nel bilancio comunale. Così tutto (o quasi) quello che è esposto viene tassato. E il bello è che Bologna potrebbe risultare un’apripista: altri sindaci, disposti a sfidare l’impopolarità, sarebbero disposti a seguirne le orme e hanno mandato emissari a verificare com’è possibile spremere altri soldi dalle tasse locali.

La Delirium tax ha davvero dell’incredibile. Sono considerati pubblicità e quindi vengono tassati i menù esposti al di fuori dei ristoranti e dei bar, anche i cartellini dei prezzi dei negozi se superano una certa dimensione. Ma l’esposizione dei menù e dei prezzi è obbligatoria per legge. Allora? Se non vengono posti in evidenza si incorre in una sanzione per violazione delle legge, se sono collocati al loro posto si incappa nella tassa. Non c’è scampo.

A Gianni Monari, che gestisce un negozio di ottica, è arrivato un conto di 2mila 800 euro: i solerti ispettori gli hanno contestato i cartoncini coi prezzi, un cartellone in cui riportava le offerte del mese, perfino le foto di nozze poste in vetrina per indicare la disponibilità a realizzare servizi durante i matrimoni. A Marco Vaccari, che vende dischi, hanno invece contestato le copertine dei cd e dei 33 giri che tiene in vetrina: anche questa è pubblicità, gli è stato detto., Ma se non espone quanto offre, come fa a venderlo? Un’altra delle tante vittime della Delirium tax è Diana Polazzi, che ha dovuto sborsare 500 euro per avere sposto nel suo negozio di coltelleria e oggettistica un cartello in cui avvisava che era disponibile ad accettare liste di nozze: gli inflessibili ispettori hanno fatto entrare anche la lista di nozze tra gli avvisi pubblicitari e quindi l’hanno assoggettata all’imposta.

Incredibile ma vero è il caso di altri commercianti ai quali è stato tassato il cartello con l’orario di apertura del negozio. «Era esposto in vetrina», è scritto sul verbale. «Dovevamo tenerlo nascosto?», è la risposta irata dei negozianti. Un tabaccaio di via Emilia Levante ha ricevuto un bollettino di pagamento di 52 euro per avere esposto la scritta: self service aperto 24 ore su 24. La protesta sta montando, l’associazione commercianti annuncia contromosse, le opposizioni hanno sollevato la questione in consiglio comunale e Merola ha mandato il vice-sindaco, Silvia Giannini, a spiegare che la norma che regola l’imposta sulla pubblicità è del 2009 e «siamo pronti a migliorarla». Ma perché questo inasprimento? Nessuna risposta se non l’ammissione che in poco più d’un anno sono stati emessi 1.620 documenti di accertamento, cioè contestazioni relative a presunta pubblicità.

Di questa tassa dell’assurdo si era parlato anche qualche tempo fa ma nulla è cambiato e anzi la situazione si è aggravata. Ne sa qualcosa l’ottico Alessandro Romagnoli che deve pagare 800 euro per alcune vetrofanie semitrasparenti sulle vetrine accorpate a un cartello di promozione di una marca d’occhiali che ha attirato l’attenzione degli ispettori. Mentre la farmacista Maria Pia Busacchi ha girato uno dei cartoncini pubblicitari che le sono stati contestati e vi ha scritto (mettendolo poi in vetrina): «In un momento di crisi, multa di 1500 euro per i cartelli esposti in vetrina dopo avere pagato 1.100 euro per le insegne. Multatemi anche per questo cartello!». Lei, in vetrina, aveva materiale sanitario e anche un avviso per il servizio «SoS vita», per le mamme in difficoltà. Tutto tassato.

Il gioielliere Arrigo Veronesi aveva messo uno zerbino fuori dal negozio. Poiché sopra erano impresse le sue iniziali, giù con la tassa, mentre a dei ristoratori sono state contestati gli adesivi con i nomi delle carte di credito esposti nella porta d’ingresso e un barista s’è visto arrivare una stangata di 3000 euro per aver esposto pannelli con i nomi delle ditte produttrici dei gelati. Delirium?

Anche per colpa di queste vessazioni Bologna è al secondo posto in Italia per pressione fiscale: secondo la Cna, una piccola impresa commerciale, di servizi o manifatturiera comincia a guadagnare dal 29 di settembre Dall’inizio dell’anno e fino al 28 settembre col suo reddito ci paga le tasse. Secondo l’associazione il 74,2% del reddito se ne va in imposte. Dal 2011 al 2014, quindi in anni di crisi acclarata, la pressione fiscale sui piccoli esercizi a Bologna è cresciuta del 9,6%.

Per colpa delle tasse è stata anche annullata la data italiana della Sensation white night, spettacolo musicale in cui tutti, artisti e pubblico, si vestono di bianco, prevista a Bologna il 18 aprile. «Siamo molto spiacenti», hanno scritto gli organizzatori su Facebook. «A causa di aumenti imprevisti delle imposte applicate a Sensation rispetto allo scorso anno, siamo costretti a cancellare l’evento. L’Agenzia delle Entrate e la Siae hanno ricategorizzato Sensation nella sezione «intrattenimento danzante» causando un aumento delle imposte del 28%, ciò che rende la situazione economica non affrontabile».

Di tasse troppo esose si può anche morire. Ma per non finire col pessimismo, consoliamoci con quanto succede nel Paese-guida dell’Occidente, gli Stati Uniti: Barack Obama ha proposto di introdurre la cow tax, ossia la tassa sulla mucche. Secondo ricerche autorevolissime, infatti, mucche e maiali emettono «gas» nocivi per l’ambiente, con la conseguenza di aumentare i livelli di inquinamento, il cui costo i legittimi proprietari dovranno, con la tassa, in qualche misura compensare. Però, attenzione, anche l’Italia alleva mucche e maiali, perciò non ditelo a Matteo Renzi e al suo fido Pier Carlo Padoan.


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