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Fondi, fisco, anticipazioni, le novità per i Comuni dopo i buoni spesa

di Gianni Trovati e Claudio Tucci

L’allarme sui rischi per la tenuta sociale di un Paese bloccato dall’emergenza sanitaria era arrivato soprattutto da Sud, con le segnalazioni da Palermo e Napoli su qualche episodio-scintilla che potrebbe annunciare tensioni più ampie. Ma è da settimane che da Nord a Sud Comuni piccoli e grandi intervengono con mezzi propri, e con le associazioni del Terzo settore, per aiutare i soggetti e le famiglie più fragili. Spesso con raccolte alimentari auto-organizzate. Perché l’emergenza sanitaria ha chiuso anche mense sociali e centri diurni, e ha complicato la vita alle reti di welfare locale e all’attività quotidiana dei servizi sociali. Nascono da qui le decisioni di sabato scorso: lo sblocco degli anticipi ai Comuni da 4,3 miliardi, erogati ieri dal Viminale, e i 400 milioni mossi dall’ordinanza della Protezione civile (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 30 marzo n. 85). Anche in questo caso si tratta tecnicamente di una «anticipazione», perché un’ordinanza non può generare nuove risorse (e nemmeno una legge, per ora, fino alla prossima autorizzazione del Parlamento sull’extradeficit). Buoni spesa o acquisti diretti Ma al «ristoro», evocato dal primo comma dell’ordinanza che sta creando parecchia agitazione nelle amministrazioni locali, dovrà pensare il decreto Aprile rabboccando i fondi della Protezione Civile. Non le singole amministrazioni. Che stanno mettendo in campo due modalità di utilizzo: il buono spesa da utilizzare presso i supermercati che accettano di entrare nella partita, oppure l’acquisto diretto di generi alimentari da consegnare alle famiglie in difficoltà. Le due strade saranno spesso utilizzate contemporaneamente dai Comuni, sulla base delle valutazioni dei servizi sociali: perché nelle famiglie più problematiche la consegna diretta dei generi alimentari è il modo più sicuro per evitare che il buono non venga speso per beni di prima necessità. Per far partire gli aiuti i Comuni devono definire l’elenco dei beni di prima necessità e fissare l’elenco degli esercizi commerciali coinvolti, oltre a indicare i criteri di assegnazione degli aiuti. In molti casi si tratta però di continuare attività già in corso. Con modalità varie. A Genova il buono varrà intorno ai 100 euro e ne sarà destinato uno a ogni componente della famiglia in difficoltà, a Bergamo il via libera è questione di ore, a Napoli i fondi nazionali saranno integrati con risorse locali. E in molti piccoli enti si gestirà il tutto in forma associata. In ogni caso, il decreto Aprile è l’orizzonte a cui guarda questo che a tutti gli effetti è un intervento ponte. Il decreto atteso la prossima settimana in consiglio dei ministri dovrà portare misure più strutturali: per i Comuni, e per il welfare più in generale. Estensione dei sussidi Ammortizzatori e welfare, appunto, promettono di essere i protagonisti per quel che riguarda le cifre in gioco. Perché il decreto Aprile dovrà rifinanziare la maxi-spesa per gli ammortizzatori-estesi a marzo, ed allargarli ai lavoratori «saltuari» della cosiddetta “area grigia”, attraverso un nuovo sussidio, ma solo in versione temporanea. L’etichetta parlerebbe di «reddito d’emergenza», ma non si tratterebbe dell’estensione del reddito di cittadinanza. L’idea che sta prendendo piede al Mef è di riconoscere un sostegno temporaneo, uno o due mesi, intorno ai 4/500 euro al mese, proprio per aiutare queste persone colpite dalla crisi sanitaria, e senza più un’entrata, escluse dalle prime misure varate dal dl cura Italia. Aiuti ai lavoratori “saltuari” Il Dl 18 infatti ha messo sul piatto intorno ai 10 miliardi per aiutare circa 11 milioni di lavoratori, essenzialmente dipendenti, autonomi e professionisti, attraverso nuova cassa integrazione, bonus di 600 euro e altri strumenti. Da questa platea rimangono esclusi altre categorie come lavoratori saltuari, stagionali, addetti a termine non rinnovati, colf e badanti. Secondo una primissima stima dei tecnici del governo si tratterebbe di poco meno di due persone (il “nero” viene stimato dall’Istat in oltre 3 milioni di lavoratori). Il reddito d’emergenza non sarà, però, una erogazione “a pioggia” e, molto probabilmente, avrà dei paletti (anche per non agevolare il sommerso): un indicatore reddituale (forse l’Isee) e gli interessati dovranno aver svolto, anche un brevissimo, periodo lavorativo (nel 2019), e aver quindi subito la contrazione del reddito nei primi mesi del 2020, legata all’emergenza sanitaria. Sul piatto l’esecutivo è pronto a mettere 1 o 2 miliardi. Le somme (4-500 euro al mese) potrebbero arrivare cash, oppure, come ha lasciato intendere, il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, sotto forma di pagamento di bollette o affitti. Il nuovo strumento, ha aggiunto Marco Leonardi, consigliere economico del ministro Roberto Gualtieri, «dovrà fornire un sostegno immediato alle persone, ma poi andrà collegato ad altre misure per un successivo accompagnamento al lavoro». Nuove risorse per i comuni Nel caso dei sindaci, tutte le misure sul tavolo rispondono alla logica di concentrare soldi sulla gestione dell’emergenza. Per questo si studia un fondo una tantum – si ragiona su 3 miliardi di euro in un conto che però coinvolgerebbe anche le Regioni e uno sblocco ulteriore degli avanzi di amministrazione. A convogliare risorse sulla spesa corrente dovrebbero poi intervenire le anticipazioni di Cdp: che potrebbero arrivare fino a 8/12 delle entrate senza vincolare gli anticipi extra al pagamento delle vecchie fatture (obiettivo per il quale il tetto a 3/12 delle entrate si è rivelato fin troppo ampio). Nel menu Cdp rimane poi la sospensione dei mutui, che potrebbe liberare fino a 1,8 miliardi di spesa corrente. Ma anche per questo serve un sostegno per garantire l’equivalenza finanziaria a Cdp. Verso lo stop ai tributi locali Per venire incontro a imprese e famiglie in difficoltà si fa largo poi la sospensione dei tributi locali, con la possibilità per i Comuni di stoppare i versamenti fino al 30 novembre. Anche se nella maggioranza c’è chi preferirebbe uno stop generalizzato per legge, con un calendario più stretto che però arrivando a luglio bloccherebbe l’acconto Imu del 16 giugno e le prime rate Tari. Questa strada sarebbe più facile da comunicare sul piano politico, ma più impegnativa da coprire con il sostegno finanziario di Cdp, che sarebbe accompagnato da una garanzia statale per chiudere il cerchio.

Rassegna stampa in collaborazione con Mimesi s.r.l.

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