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Patto di stabilità, cantiere aperto

Il dossier relativo alla riforma del Patto è sul tavolo del governo. Fra le prime questioni che andranno affrontate c’è quella relativa ai piccoli comuni, che rischiano di trovarsi in grave difficoltà quando (a partire dal 2013) dovranno fare i conti con i vincoli di finanza pubblica.

Le regole vigenti richiedono di raggiungere un saldo annuale di competenza mista non inferiore al valore determinato applicando un coefficiente percentuale al valore medio degli impegni di spesa corrente 2006-2008.

Si tratta sempre, quindi, di un obiettivo positivo, destinato ad azzerarsi (o quasi) solo per gli enti che saranno identificati come «virtuosi». Ciò rischia di porre grossi problemi ai mini-comuni che entreranno nel Patto con saldi di partenza negativi. Facciamo l’esempio di un comune di 3.000 abitanti che presenti una spesa corrente pro-capite in linea con la media del comparto dei piccoli comuni (< 5.000 abitanti), ovvero (secondo i dati Ifel relativi al 2008), circa 810 euro all’anno. Applicando i criteri di calcolo previsti dalla legge 183/11, l’obiettivo per il 2013 si collocherebbe su valore di poco inferiore a 400.000 euro, considerando il coefficiente massimo previsto per gli enti non virtuosi (in tal caso non occorre sottrarre l’importo dei tagli operati dal dl 78/10, che riguardavano i soli comuni con più di 5.000 abitanti, mentre è ancora incerto il trattamento dei tagli previsti dal dl 201/11).

Partendo da un saldo di competenza mista 2012 moderatamente negativo (ipotizziamo -200.000), la correzione complessiva sarebbe di quasi 600.000 euro, circa un quarto della spesa corrente annuale. Ma se il nostro ente avesse un saldo Patto iniziale negativo più importante (ad esempio, perché in questi anni ha contratto dei mutui per finanziarie investimenti) il problema sarebbe ancora più grave. Con un dato di partenza di -2 milioni, la correzione sarebbe superiore all’80% della spesa corrente. Si potrebbe obiettare che le stesse regole e problematiche valgono anche per i comuni più grandi, il che è vero, ma con una differenza importante.

Mentre questi ultimi sin dal 2009 sono stati progressivamente indirizzati verso obiettivi di saldo positivi, per i mini-enti il passaggio sarebbe brusco e concentrato in pochi mesi, con correzioni che potrebbero essere impossibili considerate le dimensioni e le rigidità dei rispettivi bilanci. Come minimo occorrerebbe quindi prevedere, come avvenuto nel 2009 per gli altri comuni, coefficienti differenziati a seconda del segno (positivo o negativo) del saldo di partenza. Nel frattempo, è bene che i piccoli comuni inizino quanto prima a farsi due conti, per valutare sin da ora possibili strategie e contromisure.

Del resto, il problema si pone già nell’attuale sessione di bilancio: ricordiamo, infatti, che il prospetto dimostrativo del rispetto del Patto da allegare al preventivo dovrebbe essere declinato anche in chiave pluriennale.

Pertanto, in sede di approvazione del bilancio di previsione 2012-2014, gli enti dovranno dare dimostrazione che le previsioni sono in grado di garantire il rispetto del Patto per le annualità 2013 e 2014.

La questione dei piccoli comuni dovrebbe essere affrontata nel contesto della più generale riforma del Patto, che il premier Monti aveva già annunciato alla camera presentando la bozza iniziale del decreto «salva Italia» e che è stata prevista anche nel testo finale approvato a Montecitorio. Al momento è difficile ipotizzare quali siano gli orientamenti del governo al riguardo.

Le uniche indicazioni sono quelle che si possono ricavare dall’intervento del ministro Piero Giarda all’assemblea Anci di Brindisi. Parlando di Patto, Giarda auspicò un ritorno alle origini, con il computo di un saldo obiettivo definito come differenza tra le sole spese finali e le entrate proprie (al netto di trasferimenti e compartecipazioni, oltre che del debito), eventualmente scorporando (come richiesto da Eurostat) i proventi delle dismissioni. Tuttavia, Giarda (che affermava di ritenere «non ragionevole» l’esclusione del Patto dei piccoli comuni, pur non rifiutandola in toto per ragioni di semplicità ed in considerazione del modesto peso dei loro bilanci) avvertiva che, laddove la riduzione dei trasferimenti statali avvenisse con l’assegnazione agli enti di tributi propri manovrabili, un Patto costruito come indicato perderebbe, nella fase di transizione, il suo significato e dovrebbe essere sostituito da altre regole. Il che è esattamente quello che sta succedendo.

Matteo Barbero

Fonte: Italia oggi