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Partita aperta sulle aliquote

Saranno settimane schioppettanti sul fronte della riforma della tassazione immobiliare. Risolto (si spera) il nodo della prima rata dell’Imu sull’abitazione principale – definitivamente soppressa con il decreto approvato la scorsa settimana – Governo e maggioranza sono ora attesi al test di alcuni snodi altrettanto (e forse ancor più) decisivi. Si tratta dell’abolizione, sempre per le prime case, della seconda rata dell’Imu 2013; della reintroduzione della deducibilità dell’imposta per imprese e professionisti (scomparsa dalla versione definitiva del Dl, così come la reintroduzione dell’Irpef sulle seconde case sfitte) e dell’arrivo della nuova service tax, al debutto nel 2014. Il problema principale, neanche a dirlo, resta quello delle risorse, visto che le misure di copertura, almeno quelle previste nell’ultimo decreto legge, non sono strutturali ma in larga parte derivanti da incassi “one-shot” (a esempio, la sanatoria sulle slot-machine o il miliardo di maggior gettito Iva atteso dai pagamenti della Pa).

In effetti, guardando alla service tax, una possibile via d’uscita sembra essere indicata proprio all’interno delle prime bozze di documenti (di cui si è già dato conto sul Sole 24 Ore dei giorni scorsi) sull’assetto della nuova tassazione. Così, è plausibile ritenere che le risorse che verranno a mancare per la soppressione dell’Imu prima casa (circa 4 miliardi su base annua, escludendo terreni e fabbricati rurali e le altre tipologie per le quali l’Imu è abolita) potranno essere reperite all’interno dei meccanismi della service tax stessa, nella sua componente Tasi, ovvero la tassa sui servizi indivisibili dei Comuni. Le amministrazioni locali avranno, in questo senso, un ruolo decisivo. Potranno, infatti, aumentare l’aliquota della Tasi (la cui base è fissata a 0,3 per mille sul valore catastale rivalutato oppure a 0,30 euro per metro quadrato) in modo da garantirsi un gettito pari a quello teorico che avrebbero raccolto applicando l’Imu prima casa ad aliquota massima (6 per mille). Il che rappresenta un “tetto” ai possibili aumenti, ma certamente offre ai sindaci amplissimi margini di manovra per ritoccare all’insù il prelievo. Insomma, posto che l’operazione service tax deve essere condotta nel «rispetto dei saldi di finanza pubblica», il gettito mancante potrebbe arrivare (almeno in larga misura) proprio dalla componente Tasi.

Ma, allora, si dirà: “Morta un’Imu, se ne fa subito un’altra”? No, non sembra così. O, almeno, non esattamente. In primo luogo perché quei 4 miliardi di Imu pagati dai proprietari di prime case dovrebbero essere “spalmati” sull’intera platea dei proprietari di immobili (anzi, sulla prima abitazione i sindaci avranno ampi margini per sconti ed esenzioni). In secondo luogo, perché anche agli inquilini toccherà pagare una quota della tassa sui servizi (le ipotesi attuali parlano di una forchetta tra il 10 e il 30% della Tasi totale).

Naturalmente, non sembra neppure corrispondere al vero l’idea – più volte ribadita in questi giorni da molti esponenti politici – che la prima casa sarà “completamente esentasse”. Ma il permanere di una qualche forma di prelievo, a ben vedere, non sembra proprio un errore, come anche le esperienze straniere in qualche modo ci dicono (si vedano i servizi a pagina 2).

Certo, con la service tax – parliamo sempre della parte relativa ai servizi indivisibili dei Comuni – cambia profondamente il presupposto della tassazione. Non una patrimoniale “di fatto”, come era l’Imu, quanto invece una forma di prelievo più strettamente collegata ad alcuni servizi offerti dai Comuni. In questo senso, la Tasi sembra un’imposta certamente più federalista dell’Imu sulla prima casa (è ciò suona un po’ come un paradosso), che potrebbe avere il merito di creare un legame effettivo tra la qualità dei servizi offerti/ricevuti e il tributo chiesto/pagato (da proprietari e inquilini). Ricordiamo tutti il motto No taxation without representation, nessuna tassa senza rappresentanza: e – in qualche modo – la service tax sembra poter aprire la strada a un maggiore controllo dei cittadini nei confronti degli amministratori locali e, al tempo, chiamare gli amministratori a maggiori responsabilità verso gli elettori.

Molto dipenderà dai livelli delle aliquote, dagli sconti che saranno concessi, dalle esenzioni totali che i sindaci vorranno decidere. Di certo, i Comuni si troveranno a dover gestire un’autonomia tributaria con un grado di libertà che neppure l’Imu – molto ingabbiata nelle regole dettate dallo Stato centrale – ha garantito. Se ciò sarà un bene o un male, non tarderemo a scoprirlo.

Fonte: Il Sole 24 Ore