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Pa, ma quanto ci costi?

Quanto costano a ogni singolo cittadino italiano le retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni? Troppo, risponderebbe il già Ministro Brunetta. Troppi dipendenti e troppo costosi. Ci sono già tutti i presupposti, nel dibattito pubblico, per l’ennesima campagna elettorale giocata sull’attacco al lavoro pubblico. Provo quindi a dare qualche numero e a sfatare qualche mito.
In Italia la spesa pro capite per le retribuzioni pubbliche nel 2010, quindi prima delle ultime rasoiate montiane e tremontiane, era di 2.849 euro. Questo in base agli ultimi dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato. Una spesa contenuta, in linea con la media dell’Europa a 27, che si attesta a 2.715 euro l’anno. 3.118 euro è ciò che spende un cittadino britannico, oltre 4.000 euro un cittadino belga, così come un francese. Per trovare qualcuno più virtuoso di noi bisogna guardare ai soliti tedeschi che, in un sistema pubblico difficilmente paragonabile al nostro, spendono comunque 2.380 euro.
In Italia lavorano 5,8 dipendenti pubblici ogni 100 abitanti (appena dieci anni fa erano 6,4). 9,2 sono i dipendenti pubblici ogni 100 cittadini britannici, 7,8 in Belgio e 9,4 in Francia; 5,4 (il dato più vicino al nostro) è il rapporto dipendenti pubblici/cittadini in Germania.
Questi dati, frutto di uno studio presentato dalla Cgil e dalla Uil il 7 dicembre (il rapporto completo su http://www.fpcgil.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/23926), dovrebbero aiutare a chiarire il grande inganno, tutto italiano, che ha dipinto il lavoro pubblico quale causa primaria di una spesa pubblica anch’essa falsamente rappresentata come “fuori controllo”.
Che bello sarebbe se almeno questa campagna elettorale partisse da una piena condivisione di questi dati e se le diversità potessero caratterizzarsi sui differenti modi attraverso i quali i candidati alla guida del governo nazionale si impegnano a reinvestire sul lavoro pubblico e sul sistema di welfare che, mai come oggi, hanno necessità di essere riorganizzati e potenziati.
E se ciò fosse giudicato troppo “normale” per un Paese come il nostro, che almeno la si smetta con la favola dei costi insopportabili, dell’abnormità degli apparati pubblici italiani, dell’inefficienza strutturale del sistema dei servizi. Si dica chiaramente che l’armamentario ideologico liberista (fannulloni/assenteisti/garantiti ecc.) è la testa d’ariete che intende smantellare i servizi pubblici, privatizzarne le funzioni, scaricare interamente sui cittadini i costi di un sistema che non si vuole più universalistico. Si discuta semmai, tra una banalità e l’altra, di come rendere maggiormente produttivo il nostro investimento in servizi pubblici e meno ingombrante la presenza della politica negli apparati dello Stato, a cominciare dalla lotta alle clientele, all’utilizzo sfrenato di consulenze e assunzioni familistiche e partitiche. Si rimetta al suo posto il ruolo di una dirigenza indipendente, si riattivino strumenti davvero incentivanti per i lavoratori e li si finanzino, archiviando le controriforme propagandistiche dell’epoca Berlusconi-Brunetta. Si riparta cioè dalla valorizzazione del lavoro e dalla sua professionalità, ma sapendo che per rendere un investimento produttivo, quell’investimento deve esserci e che di tagli sfrenati ne abbiamo fatti troppi, che in settori come l’offerta di servizi alla persone e all’infanzia, salute e sicurezza, ambiente e territorio, ci vuole una netta inversione di tendenza.
Confido, spero a ragione, in uno scatto di orgoglio del Parlamento, che tra le priorità di quest’ultimo scorcio di legislatura deve risolvere uno dei problemi sociali più drammatici che attraversano il nostro lavoro pubblico. 115 mila lavoratrici e lavoratori precari della sanità e delle autonomie locali e altri 15 mila delle amministrazioni centrali, se non interverrà un atto di legge che almeno proroghi la scadenza dei loro contratti, saranno licenziati entro l’anno. 130 mila donne e uomini, 130 mila famiglie per le quali quella “fine ordinata della legislatura”, tanto auspicata dal Presidente Giorgio Napoletano, altro significato non ha se non quello di sperare in una soluzione legislativa condivisa da tutto il Parlamento.

Ps: ora che quella “fine ordinata” sembra non esserci più, il rischio che il prossimo sia l’ultimo natale da lavoratori, per quanto precari, è dietro l’angolo. Che non si avvelenino i pozzi, che non si diano alle fiamme le città: cambiamo il finale della parabola de “il Caimano”. Cominciando da loro.

Rossana Dettori, Segretario Generale Fp-Cgil Nazionale

Fonte: L'Unità - Blog (Com.Unità)