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Ministri, stop alla doppia indennità

Se le riforme costituzionali si muoveranno su un orizzonte di medio periodo l’intervento sui costi della politica avrà invece tempi più brevi. Se non immediati. Come sarà per l’addio al doppio stipendio per i ministri parlamentari atteso sul tavolo in uno dei primi Cdm. 
Ad annunciarlo è stato ieri lo stesso Enrico Letta nel suo discorso alla Camera. «Per ridare credibilità alla politica bisogna ricominciare con la decenza, la sobrietà, lo scrupolo e la banalità della gestione del padre di famiglia», ha sottolineato il neo presidente del Consiglio. Che ha aggiunto: «Ognuno deve fare la sua parte e a questo fine il primo atto del governo sarà eliminare lo stipendio dei ministri parlamentari che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità». 
L’intenzione del neo presidente del Consiglio è quello di trasformare la rinuncia alla doppia indennità da una semplice facoltà affidata al buon cuore del ministro di turno, qual è stata fino a oggi, in un obbligo sancito per legge. Iniziative analoghe erano state proposti a margine delle manovre economiche dall’ex titolare dell’Economia, Giulio Tremonti, durante il governo Berlusconi nel 2010 ed ancora nel 2011. Senza successo come è avvenuto qualche mese dopo per l’esecutivo dei tecnici.
Il coup de théâtre lettiano ha avuto il duplice effetto di prendere in contropiede i membri del suo stesso esecutivo e strappare il primo applauso della giornata ai deputati grillini. Non è un mistero infatti che sui costi della politica il premier spera di allargare la sua già larga maggioranza. Come conferma il nuovo invito a “scongelarsi” rivolto ieri al Movimento 5 Stelle che segue di quattro giorni quello pronunciato durante il colloquio in diretta streaming del 25 aprile. L’addio alla doppia indennità sarà seguito a stretto giro dalla riforma del finanziamento ai partiti. «Nessuno può sentirsi esentato dal dovere dell’autorevolezza», ha tuonato in aula Letta. Dedicando un pensiero a queli 11 milioni di italiani che il 24 e 25 febbraio scorso non hanno votato. Al punto da fare dell’astensione «il primo partito». Ed è rivolgendosi a loro che l’esponente del Pd ha prima ricordato i numeri diffusi di recente dalla Corte dei conti sui rimborsi elettorali («2 miliardi di euro dal 1994 al 2012 a fronte di spese certificate di circa mezzo miliardo») e poi sottolineato che «il sistema va rivoluzionato».
L’idea è sostanzialmente quella di introdurre dei meccanismi obiettivi di rendicontazione che possano evitare l’uso indiscriminato delle risorse. Un processo di riforma che nelle intenzioni del governo non dovrebbe limitarsi solo al livello parlamentare, includendo nel perimetro di applicazione anche le Regioni. Fra i passaggi imprescindibili per voltar pagina rispetto al passato si fa esplicito cenno all’abolizione della legge di finanziamento ai partiti rivista l’anno scorso, che Letta considera nel suo discorso «troppo timida». Ma sarebbe, questo, soltanto uno dei punti di attacco di una strategia ben più articolata. Il presidente del Consiglio spera contestualmente di avviare percorsi «che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività politica dei partiti». Dell’utilità di tale innovazione hanno insistito d’altro canto i saggi nominati dal capo dello Stato nel loro rapporto conclusivo. Sebbene – e di ciò è consapevole Letta – sia prima necessario collegare il tema del finanziamento a quello della democrazia interna dei partiti, attuando i principi contemplati dall’articolo 49 della Costituzione.
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I PUNTI NODALI

Gli stipendi dei ministri
«Per cominciare, bisogna recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio e, infine, la banalità della gestione di un buon padre di famiglia», ha sottolineato il presidente del Consiglio. Che ha annunciato: «A questo fine, per dare l’esempio, il primo atto del Governo sarà quello di eliminare con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità»

Rimborsi elettorali
«Partiamo dal finanziamento pubblico ai partiti – ha sottolineato il presidente del Consiglio nel suo discorso alla camera – abolendo la legge troppo timida approvata l’anno scorso e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali. Occorre poi avviare percorsi che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività politica dei partiti». Una decisione motiva anche con i numeri diffusi di recente dalla Corte dei conti: oltre due miliardi e mezzo di rimborsi elettorali erogati dal 1994 al 2012 a fronte di mezzo miliardo di spese

Struttura dei partiti
La riforma dei partiti si compone anche di un’altra gamba. Per Letta il tema del finanziamento va collegato a quello della democrazia interna attuando finalmente i principi «incorporati nell’articolo 49 della Costituzione, stimolando la partecipazione dei militanti e garantendo la trasparenza delle decisioni e delle procedure».

Fonte: Il Sole 24 Ore