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La riforma dei bilanci fa dimagrire il Patto

Il Patto di stabilità rimane in vita, ma viene drasticamente alleggerito dagli effetti dell’armonizzazione che impone di congelare risorse nel «fondo crediti di dubbia esigibilità» e quindi diminuisce la capacità di spesa degli enti locali.

Accanto ai tagli, da realizzare ancora una volta sul fondo di solidarietà comunale, è questa l’impostazione della manovra sui Comuni nel cantiere governativo della legge di stabilità, in arrivo in settimana. Ancora da sciogliere, e sarà l’impegno di queste ore, il nodo dell’anticipo (parziale) degli obblighi di pareggio di bilancio, che incontra più seguaci al ministero dell’Economia che a Palazzo Chigi. Gli effetti della riforma della contabilità si confermano insomma l’architrave su cui poggiare il superamento del Patto di stabilità (come anticipato sul Sole 24 Ore del 26 settembre), superamento che sarà «progressivo» come sottolineato dal viceministro dell’Economia Enrico Morando.

Le nuove regole di bilancio impongono infatti dal 1° gennaio prossimo di accantonare nel «fondo crediti» una quota di risorse proporzionale al tasso di mancate riscossioni registrato in ogni ente negli ultimi cinque anni. Lo scopo è di evitare che i Comuni finanzino uscite vere con entrate presenti solo sulla carta, ma per i saldi di finanza pubblica questo significa frenare la spesa complessiva del comparto. L’effetto, in linea con le stime dei mesi scorsi, dovrebbe attestarsi poco sotto i 2,5 miliardi, una cifra che lascia grossi spazi per sciogliere, come compensazione, un po’ dei lacci del Patto: con la conseguenza, non secondaria, di trasferire i vincoli dagli investimenti alla spesa corrente.

Una mossa di questo tipo, al di là dei numeri complessivi, cambia profondamente la distribuzione del “carico” della manovra sui singoli Comuni, perché la riforma della contabilità mette prima di tutto nel mirino le amministrazioni più in difficoltà con la riscossione delle entrate mentre il Patto viene misurato in proporzione alla spesa nel triennio di riferimento. Anche per questa ragione, la discussione è animata intorno all’anticipo del «pareggio costituzionale» di bilancio annunciato dalla nota di aggiornamento al Def: quest’obbligo, che varrebbe un miliardo se limitato alla spesa corrente (1,5 miliardi con il pacchetto completo previsto dalla legge 243/2012), rischierebbe infatti di concentrare le richieste sugli stessi enti colpiti dall’armonizzazione, oltre a produrre effetti anche su voci “ignorate” dalle regole europee. Avviare dal 2015 un’applicazione progressiva, però, avrebbe il vantaggio di evitare un impatto concentrato sul 2016, a meno che ovviamente le regole sul pareggio vengano ritoccate.

Rimane poi la partita dei tagli (4 miliardi tra Regioni e Comuni), che si aggiungono ai 400 milioni in più già chiesti ai soli enti locali per il 2015 dal decreto Irpef. Essenziale, da questo punto di vista saranno le modalità di distribuzione della nuova stretta, che in ogni caso appare destinata a cancellare il contributo statale al fondo. Un fondo così congegnato, alimentato interamente da risorse locali, rappresenterebbe lo strumento per una perequazione tutta orizzontale, dai Comuni più “ricchi” in favore di quelli più “poveri”: per governarlo, quindi, sarebbe particolarmente adatto il criterio della «capacità fiscale standard», i cui calcoli sono stati appena rilanciati dai correttivi allo «sblocca-Italia» (si veda Il Sole 24 Ore dell’8 ottobre), da incrociare con i «fabbisogni standard» in corso di aggiornamento. Sempre che il calendario non si riveli troppo stretto.

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Fonte: Il Sole 24 Ore