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Enti locali ostaggio dei derivati

Enti locali condannati dai Tar a restare prigionieri dei derivati. Le amministrazioni hanno pochissime chance per svincolarsi dai contratti, spesso molto onerosi. Non possono annullare d’ufficio gli swap più vecchi di tre anni (e tali sono tutti i rapporti attualmente aperti visto che dall’estate del 2008, dopo il blocco imposto da Giulio Tremonti è impossibile sottoscriverne di nuovi), né possono tentare la strada dell’autotutela se al momento di scegliere la banca non hanno bandito una gara a evidenza pubblica. In assenza di gara le porte dei Tribunali amministrativi rischiano di chiudersi pian piano in faccia agli enti che tentino di far passare per vizi di legittimità del procedimento quelli che invece sono solo vizi contrattuali per i quali la competenza è del giudice civile. Un effetto non di poco conto, visto che la maggior parte degli swap sono regolati dalla legge inglese e dunque dovrà essere la Court of justice londinese, tradizionalmente più benevola verso le banche, a pronunciarsi sulla convenienza dei contratti e sui costi occulti in essi contenuti. Dopo le prime pronunce favorevoli alle amministrazioni che sembravano poter innescare una corsa alla revoca dei contratti via autotutela (tanto da spingere il procuratore generale della Corte dei conti, Salvatore Nottola, a rivolgere un vero e proprio invito alla liberazione dai derivati, si veda ItaliaOggi del 23/2/2013), i giudici amministrativi stanno mettendo sempre più paletti alle iniziative giudiziarie degli enti. E, come in un circolo vizioso, le incertezze sull’esito dei contenziosi in corso finiscono per incidere negativamente sul giudizio dei mercati e in ultima istanza sulle stesse amministrazioni. L’agenzia di rating Moody’s, motivando le ragioni che l’hanno spinta martedì scorso a decidere il downgrade di quattro regioni italiane (Campania, Lazio, Piemonte e Sicilia), per quanto riguarda il Piemonte (passato da Baa3 a Ba1) ha sottolineato che «la regione resta esposta al rischio legale e finanziario derivante dalla decisione dell’ultimo anno di cancellare cinque contratti di swap su un valore nozionale di 1,6 miliardi di euro». E non a caso è stato proprio il Piemonte a soccombere nel braccio di ferro legale con gli istituti di credito (Biis, Banca infrastrutture innovazione e sviluppo e Dexia Crediop) che avevano siglato tra il 2005 e il 2006 svariati contratti con il governatore dell’epoca, Mercedes Bresso. Insomma, con buona pace delle sollecitazioni della Corte dei conti, tentare di liberarsi dai derivati rischia di diventare un salto nel buio che espone gli enti a rischi ulteriori. Ma quanti sono i derivati sottoscritti dagli enti locali e quanto valgono? I dati del Mef parlano di un valore nozionale in costante riduzione (da 34,8 miliardi del 31/12/2010 a 10,4 miliardi a dicembre 2012 con 176 enti coinvolti tra regioni, province e comuni), ma si tratta di cifre per forza di cose incomplete. Innanzitutto perché tengono conto solo dei contratti sottoscritti con intermediari residenti in Italia. Secondo le stime di Bankitalia, se si considerano anche i contratti stipulati con intermediari non residenti il valore dei contratti sale a 21 miliardi. E il numero di enti interessati a 284 (di cui 220 comuni, 33 province e 19 regioni). L’altro limite dei dati diffusi da via XX settembre è rappresentato dal fatto che il monitoraggio parte solo dal 2008, quando è entrato in vigore l’obbligo sancito dalla Finanziaria 2007 di trasmettere i contratti al Mef per la verifica legale-contabile. Quanti siano gli swap sottoscritti prima nessuno lo sa, perché gli enti non erano obbligati a comunicare alcunché al ministero. Ma la corsa degli amministratori locali verso la finanza creativa è iniziata molto prima, a partire dal 1995 quando la legge n.539 ha autorizzato le operazioni di swap sui tassi di cambio. In dieci anni le amministrazioni (soprattutto le regioni e i comuni di grandi dimensioni) si sono indebitate fino al collo senza che nessuno dicesse nulla, fino a quando poi è scoppiata la bolla speculativa e si è cercato di porre un freno all’indebitamento locale. Prima con l’obbligo di comunicazione di cui sopra, poi col divieto assoluto di stipulare nuovi contratti introdotto dalla Finanziaria 2009. Un divieto che doveva essere temporaneo e precauzionale, in attesa che venisse emanato un regolamento del Mef che però in tutti questi anni non ha mai visto la luce. E così il blocco è rimasto in vigore contribuendo a «ridurre fortemente la dimensione del fenomeno». A parlare è la stessa Banca d’Italia che nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria non sembra particolarmente preoccupata della situazione. Per due fondamentali ragioni. Il numero di enti coinvolti dal 2007 a oggi si è costantemente ridotto passando da 670 a 176. E anche il numero di enti con un rapporto elevato tra passività potenziali in derivati ed entrate correnti viene considerato sotto controllo, visto che solo in 4 province e 18 comuni tale rapporto è superiore al 15%. Ma c’è anche un rovescio della medaglia. Le passività potenziali sono, infatti, costantemente in aumento. Nel 2007 erano pari a 902 milioni, nel 2012 hanno toccato quota 1,4 miliardi. Come mai? Bankitalia ritiene che l’incremento sia dovuto al forte calo dei tassi di interesse a breve termine, a dimostrazione che i contratti ancora in essere sono stati sottoscritti dalle amministrazioni per assicurarsi contro un rialzo dei tassi.

Fonte: Italia Oggi Sette