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Debiti Pa, al Senato presentati 250 emendamenti al decreto

Il decreto che sblocca i pagamenti della Pubblica amministrazione viaggia verso le ultime modifiche. Si tratterà con ogni probabilità di piccoli ritocchi o di norme di indirizzo, rinviando alla “fase 2″, entro l’anno, la trasformazione degli impegni in atti concreti per allargare il plafond di risorse disponibili (attualmente poco meno di 40 miliardi per il 2013 e per il 2014).
È scaduto stamattina il termine per la presentazione degli emendamenti in commissione Bilancio al Senato. Sono 252 le proposte di modifica depositate: dopo il vaglio di ammissibilità, le votazioni dovrebbero iniziare martedì con l’obiettivo di chiudere l’iter al Senato entro la prossima settimana e inviare nuovamente il testo alla Camera, per l’ultima lettura, al massimo il4 giugno.
Il governo, attraverso il sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti, ha già fatto sapere che i margini per modifiche sostanziali sono stretti, «in un quadro di compatibilità con i vincoli di bilancio e con la necessità di contenere il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno
lordo».

Le possibili correzioni
Per questo motivo le proposte depositate in queste ore e quelle che avranno la firma congiunta dei due relatori – Giorgio Santini (Pd) e Antonio D’Alì (Pdl) – mirano essenzialmente a migliorare aspetti procedurali del provvedimento e dove possibile a renderne l’iter di attuazione più celere. In rampa di lancio ci sarebbe l’intervento, finora invano richiesto dalle imprese durante l’iter alla Camera, per semplificare la certificazione dei debiti attraverso forme di silenzio-assenso. Tra gli emendamenti torna ancora l’estensione della compensazione tra crediti commerciali e debiti per le compensazioni tra crediti commerciali e debiti iscritti a ruolo o scaturiti dall’adesione a istituti deflattivi del contenzioso. Ma su questo tema gli spazi di intervento potrebbero essere piuttosto ristretti. Inoltre, in ragione dei ritardi accumulati dalle Pa anche su pagamenti per contratti e forniture relativi alla prima parte del 2013, spunta la proposta di ampliare il perimetro dei debiti interessati dal decreto (attualmente il testo fa riferimento solo a quelli esigibili «alla data del 31 dicembre 2012») . In questo caso, un eventuale intervento andrebbe però strettamente coordinato alla direttiva europea che prevede tempi certi per i pagamenti a partire dal 2013.
Il relatore del Pd Giorgio Santini intravede inoltre margini «per rafforzare ulteriormente il principio della priorità per le imprese, rispetto alle banche, nell’erogazione dei pagamenti». D’Alì, relatore del Pdl, ha invece già anticipato che proporrà una revisione relativa al patto di stabilità interno con l’obiettivo di non penalizzare «gli enti locali che nel 2012 sono stati diligenti e hanno pagato i loro debiti con le società fornitrici, ed ora vengono sanzionati perché hanno sforato».
Al tempo stesso si lavora a inserire una norma che, attraverso una Convenzione con l’Abi, istituisca una sorta di corsia preferenziale per le aziende che non rientrano nel plafond da 40 miliardi ma possono in alternativa cedere i loro crediti alle banche.

 



La «fase due»
Come detto, difficilmente già nella legge di conversione del decreto si riuscirà ad aumentare il plafond per il biennio 2013-2014. Più probabile che vengano rafforzate le indicazioni, già inserite nel provvedimento varato dal governo, per proseguire con lo smaltimento anche della parte di debiti rimanenti (stando alle ultime stime della Banca d’Italia si tratterebbe di almeno altri 50 miliardi). L’ipotesi al momento più probabile -spiega il relatore Santini – è rendere più esplicito e vincolante quanto già previsto, ovvero la relazione del Governo allegata alla Nota di aggiornamento al Def in cui si dovrà dare conto dello stato dei pagamenti e delle ulteriori iniziative che si intendono adottare. In particolare, prende quota la pista della Cassa depositi e prestiti. Mercoledì scorso il presidente della Cassa, Franco Bassanini, ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato per discutere di un’ipotesi che appare sempre più concreta, anche con il placet del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
Su un cospicuo pacchetto di debiti scaduti e certificati (relativi a spesa corrente) lo Stato si farebbe garante, favorendone in questo modo l’acquisto da parte delle banche. A quel punto le Pa debitrici potrebbero negoziare con gli istituti di credito la ristrutturazione del credito su più anni. In caso di morosità, però, la banca avrebbe
la possibilità di cedere il credito garantito dallo Stato alla Cassa depositi e prestiti (non oltre i 3-4 miliardi annui) che a sua volta potrebbe ristrutturare il
credito su un periodo più lungo, avvalendosi del
meccanismo della delegazione di pagamento da parte delle Pa coinvolte. 

Fonte: Il Sole 24 Ore