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Ai mini-enti Patto con mini-bonus

Niente da fare. Nonostante le manifestazioni, le proposte di emendamenti, le richieste di proroga, da gennaio anche i Comuni fra mille e 5mila abitanti dovranno fare i conti con il Patto di stabilità.
Nelle Regioni soggette ai vincoli ordinari del Patto si tratta di 3.422 Comuni (il 42,3% dei municipi italiani), che nel complesso moltiplicano per 2,5 volte la platea obbligata a centrare gli obiettivi di saldo imposti dalle manovre di finanza pubblica.
Facili da immaginare i problemi tecnici e applicativi che porterà con sé la cervellotica architettura del Patto di stabilità, con il suo metodo della «competenza mista» (competenza di parte corrente e cassa di conto capitale), le voci incluse e quelle escluse e le ricadute sulla disciplina relativa a personale e società. Altrettanto facile da prevedere un ampliamento della mole di pagamenti alle imprese incagliati nelle casse degli enti, soprattutto perché nei Comuni medio-piccoli la spesa corrente, su cui si fondano tutti i calcoli del Patto, è assai meno lineare nel tempo rispetto a quella delle città, con la conseguenza che non saranno rari i casi in cui le amministrazioni si troveranno ad avere a che fare con obiettivi irraggiungibili o di fatto casuali.
Nel tentativo di rendere un po’ meno amara la novità, la legge di stabilità nella versione emendata al Senato e confermata in via definitiva, assegna agli enti fra mille e 5mila abitanti un obiettivo un po’ più leggero rispetto a quello riservato a chi già da anni è inserito nei meccanismi del Patto di stabilità. Per tutti i Comuni, la base di calcolo viene aggiornata rispetto agli anni scorsi e fa riferimento alla media registrata nel triennio 2007/2009.
Per chi conta più di 5mila abitanti, l’obiettivo di saldo si ottiene applicando a questa grandezza il moltiplicatore del 15,8%, mentre se i residenti sono compresi fra mille e 5mila il parametro da applicare è il 13 per cento. Di conseguenza, l’avanzo obbligatorio da raggiungere per rispettare gli obiettivi di bilancio sarà un po’ più leggero rispetto a quello assegnato agli altri enti. Solo per un anno però, perché dal 2014 (quando nei vincoli del Patto entreranno anche i Comuni sotto i mille abitanti che si aggregheranno in Unioni senza scegliere la via alternativa delle convenzioni) il moltiplicatore sarà per tutti il 15,8 per cento. L’effetto del “bonus”, comunque, è del tutto relativo e dipenderà dalle condizioni di bilancio dei singoli Comuni: il Patto impone a tutti un avanzo in termini di competenza mista, un sistema contabile che i piccoli enti non hanno mai utilizzato, e la strada sarà particolarmente in salita per chi oggi presenta un bilancio in pareggio secondo i criteri ordinari ma disavanzo secondo questi parametri. Ovviamente, come per gli altri Comuni, anche per i piccoli c’è la possibilità di essere considerati «virtuosi» in base alla capacità di riscossione, all’equilibrio corrente e all’autonomia finanziaria. Dal 2013, nei parametri di virtuosità entrano anche i valori catastali e il numero di occupati (anche se di quest’ultimo indicatore non è chiara la relazione con le condizioni della finanza locale).
L’ingresso nel mondo del Patto di stabilità non cambia solo la gestione del bilancio, ma modifica anche le regole per la gestione del personale. Gli enti fra mille e 5mila abitanti dovranno abbandonare il tetto che limita la spesa ai livelli registrati nel 2008, e abbracciare le regole che chiedono di ridurre l’incidenza delle spese di personale sul complesso delle uscite correnti intervenendo sulla «razionalizzazione delle strutture» e sulle dinamiche della contrattazione integrativa

Fonte: Il sole 24 ore